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Tra prosa e poesia: due testi teatrali di Erri De Luca e Franco Buffoni

20 Agosto 2017 Author :  

di Enzo Salerno

Il teatro da leggere.

Due testi teatrali di Franco Buffoni ed Erri De Luca tra prosa e poesia

Franco Buffoni, Personae, Manni, 2017
Erri De Luca, Morso di luna nuova, Feltrinelli, 2017

Prosa teatrale oppure teatro in versi. Closet drama – così gli inglesi chiamano quel teatro che, da Seneca a Milton, non era pensato per la rappresentazione scenica ma per la sola lettura – o più semplicemente narrazione in forma di romanzo o libro di poesia. Non si sbaglia cercando una collocazione in queste categorie di genere per Personae di Franco Buffoni e Morso di luna nuova di Eri De Luca. Libri ‘affini’ che possono essere ancora accostati per qualche altra analogia. Poeti, romanzieri e traduttori sono, infatti, tutt’e due gli autori; i due testi sono accomunati dallo stesso mese dello stesso anno nella pubblicazione (aprile del 2017); tutt’e due le trame approfittano di un ‘pretesto’ storico per raccontare le storie dei loro personaggi. “Personae” nel titolo in latino del racconto contemporaneo di Buffoni che ricorda, per molti aspetti, l’attentato parigino al Bataclan nel novembre del 2015. Persone – in italiano – nella presentazione dei personaggi-attori della vicenda narrata da De Luca, ambientata a Napoli durante i bombardamenti del ’43. Sono però proprio le personae teatrali – o i personaggi protagonisti – a segnare i punti di differenza dei due libri. Innanzitutto negli spazi scenico-narrativi immaginati per le loro performance: nel dramma di Buffoni in cinque atti con un prologo ed otto inserti di “quadri” narrativi che descrivono l’“attraversamento della morte”. Qui quattro “revenant” – ‘ritornanti’ in vita dopo l’attacco terroristico nel teatro dove si esibiva la rock band famosa negli anni addietro – discutono la loro “morte non grave”. Così l’ha grossolanamente definita un giornalista televisivo. Da questo equivoco le quattro dramatis personae cominciano a raccontare le loro storie: in ordine d’apparizione, il professore alsaziano Narzis, sposato con il tecnico informatico Endy. La coppia ha due figli – nati in Canada ricorrendo alla GPA – quella sera lasciati a casa con la babysitter. La ricercatrice biologa Veronika, calata interamente nella sua professione. Il prete Inigo: lefebrviano, appartiene alla comunità sacerdotale che porta il nome di Dominique Verner, morto suicida a Notre Dame nel 2013 per protestare contro i matrimoni gay. Scenicamente così li presenta il prologo: “[…] I quattro revenant tornano vivi./ E quegli istanti a tempo e luogo…/ Al tempo e nel luogo in cui i fatti avvengono/ Quando il momento è giunto…/ Durano il tempo della nostra/ Rappresentazione”.
Narrazione poetica attualizzante quella di Buffoni – anche se le note di chiusura svelano poi il ‘sostrato’ letterario che pesa parecchio sia nella costruzione della vicenda sia nella caratterizzazione dei personaggi – finalizzata alla discussione-rappresentazione in versi di temi quotidianamente dibattuti. Il riconoscimento della genitorialità alle coppie gay; l’opposizione religiosa nei confronti di qualsiasi forma di riconoscimento delle famiglie omosessuali; la solitudine dell’individuo-persona nella società odierna; la maschera delle ragioni di carriera – come nel caso del personaggio di Veronika – col tentativo di tenere nascosta una dolorosa e irrisolta ferita per un “amore fintamente corrisposto”. Narrazione dialogica – e che, perciò, bene si presta anche all’adattamento teatrale – sviluppata per coppie concettuali, spesso oppositive: ragione e religione; laicità e ateismo; amore e sesso; vita e morte.
Dialogica è pure la narrazione drammatica allestita da Erri De Luca, senza prologo introduttivo e divisa nelle battute sceniche di tre “stanze”. Negli angusti spazi di un rifugio antiaereo nel cuore di Napoli s’incontrano nove personaggi: Gaetano, portiere di uno stabile, insieme con la moglie Rosaria e la giovane figlia Elvira; un generale a riposo; Sofia, una vedova benestante; Emanuele, venditore di baccalà e il falegname Oliviero; infine due ragazzi: Armando, di bella presenza e l’amico balbuziente Biagio, col suo prodigioso canarino che, col cinguettio, annuncia l’inizio e la fine dei bombardamenti. Tra scosse e boati, s’intrecciano e si sovrappongono che svelano al lettore-spettatore la paura, la fame le simpatie e le antipatie, i cambiamenti dei personaggi. “ ‘Aguerra cagna ‘a capa all’uommene (la guerra cambia la testa agli uomini). Dopp’ o bumbardamento ’e Roma d’ ‘o mese passato, pareva che era fernuta ‘a guerra, ch’era quistione ’e quacche giorno. E invece ’o vinticinche ’e luglio è caduto ’o fascismo, hanno arrestato Mussolini, ma sta carogna ’e guerra nun s’è fermata manco pe nu iuorno”. Di particolare effetto, nel racconto teatrale di De Luca, la scelta di un duplice registro linguistico: sulla pagina stampata convivono, infatti, le battute in dialetto napoletano e la versione tradotta in italiano. Il dialetto si riallaccia alla gloriosa tradizione del teatro dei due Eduardo, Scarpetta e De Filippo. Da una canzone napoletana è tratta pure la musica che si ‘sente’ fuori scena: “Luna nuova” (composta da Mario Costa su versi di Salvatore Di Giacomo). Lingua e musica s’incontrano nel titolo e con il suo dialetto De Luca suggerisce una possibile traccia narrativa al lettore-spettatore del suo libro: “Spuzzuliusa, che spuzzulea, can un tene famme (che spizzica, che non ha fame), no comm’ ’o napulitano nuosto ca se magna ’e pparole a muorse p’ ‘a famme che tene (non come il napoletano che si mangia le parole a morsi tanta è la fame che ha). Nsomma ’o ttaliano è na lengua nu poco steteca”.

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