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"Indaco" è un sistema mondo, il libro di Gerardo Sinatore

17 Gennaio 2018 Author :  

INDACO - di Gerardo Sinatore - Edizioni Punto Agro News - I veri e grandi Libri sono sistemi-mondo, in cui il Lettore, seguendo le orme dell’Autore, si introduce e si insedia in territori sconosciuti, in sentieri impervi, in oceani di parole nuove o rinnovate e prova il brivido e il piacere, quasi la voluttà, della scoperta che si epifanizza dinanzi ai suoi occhi straniati. Tale è il libro (nel senso latino di Liber, che, per polivalenza semantica, vuol dire anche Libero) di Gerardo Sinatore, dal titolo emblematico INDACO. Colore esotico, proveniente dall’Oriente, simbolo di nobiltà e di protezione, che caratterizza ad esempio la tunica dei Tuareg, uno dei popoli nomadi del Sahara. INDACO: come è il colore degli occhi di una bambina che l’Autore scorge in sogno, dopo averla vista mentre suonava la fisarmonica a Parigi sotto la Torre Eiffel con il suo volto simile alla faccia immutabile della Luna. Un’immagine, questa, che può dare una prima idea di queste pagine sorprendenti e pregne di una cultura sapienziale, che oggi appare schiacciata dal bulldozer di una falsa e vuota modernità. Un’immagine che racchiude la capacità di volare di immagine in immagine, dalla realtà al sogno e poi ancora dal sogno alla realtà, che segna il viaggio di un Autore, che è poeta, narratore, filosofo, antropologo. E spinge anche il lettore a salti, viaggi, sobbalzi e sorprese: di fronte ad una scrittura, che si attesta su un triplice registro: una scrittura vulcanica (fondata su un movimento lavico), una scrittura apocalittica (incentrata su una rivelazione spiazzante) e una scrittura salvifica (incardinata su un messaggio spirituale). 

Iniziamo dal primo registro: quello vulcanico. Da eccellente figlio della terra del Vesuvio (un monte venerato nell’antichità come Jupiter Vesuvius e nell’età moderna come sede del Diavolo), Sinatore ha mutuato dal Formidabile monte il fascino del magma, del movimento incessante, del sogno. E dal sogno, color indaco, Gerardo Sinatore si lascia abitare. Un sogno che gli consente di giungere dinanzi ad una misteriosa porta chiusa, al di là della quale egli avverte una strana presenza: come un dio. Si tratta dell’avvertimento perturbato e commosso (per dirla alla Vico) di una potenza superiore, arcana e indefinibile; più che della Divinità di una religione storica, si tratta di una entità numinosa (del tipo di quella avvertita da Carl Gustav Jung): anche gli antichi distinguevano il deus (termine che richiama il dies e dunque la luce chiara e precisa) dal numen (dal verbo nuo, che significa annuire, fare di sì con il capo con un movimento silenzioso e allusivo). Un numen che annuncia qualcosa, qualcosa di terribile, come lo sono tutte le scene in cui il Dio dell’Antico Testamento si fa udire e vedere dagli uomini o, meglio, dai pro-feti, che sono coloro che parlano a nome di Dio, davanti a Dio e al popolo, a favore del popolo. E in questa scena onirica eppur reale (i poeti non fanno distinzione fra queste due sfere) si verifica un fatto funesto: una conca, all'improvviso e senza motivo, all’interno della stanza in cui l'Autore è con la moglie, si spacca, anticipando una triste notizia: la sorella di Gerardo Sinatore, a molti chilometri di distanza, muore in una camera di ospedale: una persona, un affetto, una vita si è davvero spaccata. È una di quelle coincidenze significative, che, diceva ancora Jung, segnano il fiume della vita di ogni uomo?
Fiume: un altro elemento simbolo di movimento. E Sinatore, da narratore finissimo qual è, si avvale di uno stile metaforicamente fluviale, ma, al tempo stesso, capace di trarre la metafora da un dato reale, come fa lo scultore che trae l’opera d’arte dalla materia reale del marmo. Perciò, è capace di leggere nelle onde, ormai placate e distrutte, del Sarno un’intera storia mitica: quella del Basilisco del fiume, tremendo e smisurato serpente che punì l’uomo, il quale venne meno ad un patto con esso, in quanto non mantenne le consegne del serpente, cioè di non toccare l’uovo che esso gli aveva dato in consegna. Quasi una nuova, raccapricciante scena dell’Eden, che si svolge tra le onde e sulle rive di un fiume, che poi si chiamerà Dragonteo (che ricorda il Basilisco-Dragone) in un territorio chiamata Fauce e, dunque, Foce.
E solo chi ha visto, in località Foce, negli anni ‘50, lo sgorgare del fiume Sarno, sotto forma di lago, dalle gole-fauci della montagna in un rombare di acque, può gustare queste pagine teogonicamente esiodee, in cui si leva il canto di arcaici racconti sulla genesi-fondazione di questo luogo. E le parole dell’Autore si mescolano al scrosciare delle acque divenendo un inno primigenio alla purezza oggi persa, ma (forse) non perduta per sempre. Come perduto è, invece, l’Eden dei nostri progenitori.
È naturale, a questo punto, non meravigliarsi della preferenza del Nostro per la vita, il linguaggio, i miti della cultura zingaresca. E il lontano ricordo di un affascinante fanciulla zingara - con una fascia larga, di colore indaco, che le stringeva il capo - domina la fantasia di Gerardo Sinatore, affascinandolo per il tipo di vita che lei conduceva: una vita nomade, libera e quasi selvaggia, erede di una cultura arcaica eppur capace di parlare al cuore dell’uomo moderno. Anche il nome della fanciulla è avvolto dal mistero. Tutti la chiamano Aruna, che in sanscrito è un aggettivo che significa Dal colore rosso-bruno; ma lei rivela a Gerardo Sinatore il suo vero nome: Ankinè, che sembra un banale avverbio simile al nostro Anche, che indica nella nostra lingua qualche altra cosa che si aggiunge e che quasi fuoriesce dall’ombra all’improvviso.
Ed è proprio questa rivelazione improvvisa del vero che ci introduce nel secondo registro della scrittura di Sinatore: quello apocalittico (dal greco Apocalýpto, che significa Togliere il velo), attraverso cui l’Autore procede per illuminazioni e disvelamenti. Lungo questo versante è la Parola che si afferma e che domina.
Senza parole sono realmente incapace di essere, di fare, di sognare e di vivere: afferma programmaticamente Gerardo Sinatore. Il quale sa che un vero scrittore parla, appunto come un profeta, a nome di una comunità di persone: una ridda di suoni, di voci viventi parla con la sua mente, la sua penna, la sua parola, che non è vuota articolazione sonora, ma presa di coscienza. Parlare nella lingua latina si dice Fari, il cui participio passato è Fata (le Cose dette e, dunque, i Fati). Fata è anche l’acronimo dei quattro elementi empedoclei (Fuoco, Acqua, Terra e Aria), che Sinatore squaderna con grande sapienza dinanzi ai nostri occhi affascinati: il Fuoco (dello sterminator Vesevo, ma anche, aggiungiamo, di molte feste dell’Agro nocerino-sarnese, come quelle in onore di Sant’Antonio Abate e di Santa Lucia), l’Acqua (del fiume Sarno, ma anche della Madonna dei Bagni e delle onde del mare da cui esce la fanciulla-scarola di un’antica versione della canzone Michelammà diffusa tra Angri e Scafati), la Terra (la Terra nera, in cui il grano muore per rinascere, grano con cui si addobbano i Sepolcri del Venerdì Santo, luoghi in cui si celebra la Morte del Figlio dell’Uomo che rinascerà trionfante tre giorni dopo) e, infine, l’Aria (che, ci ricorda Gerardo Sinatore, è il soffio di Dio che spira sulle acque prima della Creazione ed è anche l’aria fresca, impalpabile e pura che soffia sulle nostre terre, fertili perché, oltre a possedere i primi tre elementi, possiede anche il quarto, cioè la carezza del vento, che i Greci chiamavano Ànemos, parola che ricorda Anima).
Alla luce della parola che rivela arcani mondi, noi stessi lettori ci sentiamo arricchiti e svelati a noi stessi. E così ogni storia in cui crediamo diventa un mito, che è - dice con rigore antropologico Gerardo Sinatore - la scienza esatta del tempo ciclico. Le parole di questo aureo volume diventano canto di ierofanie, perché esse trasformano le cose di ogni giorno in entità sacre: perciò, una ferita inferta a una parte della nostra Natura è una ferita inferta all’ordine cosmico, un po’ come le parole consapevoli della Francesca di Dante, la quale, quando esclama Tingemmo il mondo di sanguigno, vuole dire che ogni reato-peccato è commesso contro una comunità intera. Sfregiare la terra e i fiumi e il clima e le tradizioni significa distruggere un mondo, che i nostri antenati hanno creato con il lavoro e con la fede, con il pianto e con la sofferenza.
Ogni oggetto di questo mondo ha una parola che lo indica ed ha una storia millenaria. Anche una sedia impagliata, apparentemente banale e quotidiana, diventa, nell’infuocata scrittura dell’Autore, la protagonista di un rito divinatorio che, incentrato sulle varie modalità del far ruotare la sedia, serviva all’officiante per predire il legame d’amore fra una coppia di fidanzanti e di amanti. Il tutto di notte, a lume di candela e tra i fumi dell’incenso: e poi parole, parole magiche, capaci di vedere e non solo di guardare il dark side of the moon.
Guardare non basta (attraverso il guardare si percepiscono solo le forme esteriori), bisogna vedere (il monosillabo Id è una delle radici del verbo greco Orào, Vedere, e serve per Formare il perfetto Òida, che significa Io so, appunto perché Ho visto fino in fondo).
Ed eccoci al terzo ed ultimo livello della scrittura di INDACO, che risulta puntare ad una dimensione salvifica. Per salvarsi, in questa vita moderna inquinata alle radici (per dirla con Svevo), occorrono forza, determinazione, scelta, quella che i Greci chiamavano Àiresis. Bisogna esser capaci di parlare fuori del coro senza paura di sentirsi isolati e di scegliere la retta via dei Valori di contro al vitello d’oro della Ricchezza e del Potere. E Sinatore addita queste e tante altre strade che possono costituire una via di salvezza. Lui fa benissimo a richiamare la celebre frase del Vangelo di Giovanni, in cui Pilato vuole forse enigmaticamente dare una possibilità a Cristo e gli chiede Quid est veritas? (Che cosa è la verità?), ma Cristo non risponde. “Perché?”: si sono chiesti tutti i più grandi intellettuali per quasi cinque secoli. Senza saper, loro, dare una risposta. Fu Sant’Agostino che, anagrammando la frase, ne scoprì il significato salvifico: Est Vir Qui Adest, cioè È l’uomo che ti sta di fronte, vale a dire La Verità è Cristo stesso. Gesù, dunque, non risponde, perché la risposta era contenuta già nella domanda. Perciò è salvifico farsi domande e porsi tutti gli interrogativi che questo libro pone. Ne elencheremo alcuni. Perché e da chi è avvelenato il nostro tempo? Non vale forse la pena di sperare che la salvezza del mondo, oltre che dalla Bellezza, venga dalle donne (che erediteranno il mondo) o addirittura dai fanciulli (grandioso è, in questo libro, il personaggio del bambino che tutto sa)? L’Occidente sarà mai in grado di abbandonare la sua cultura supponente? La scienza e la medicina, che dovrebbero salvare l’Umanità, potranno mai divenire a misura d’uomo? È possibile sperare che l’Uomo abbandoni l’odio che lo divora e costruisca una società pacifica in sintonia con l’armonia del Cosmo? Noi non abbiamo nessuna ricetta definitiva, non conosciamo la Verità assoluta, la parola che mondi squadri, però sappiamo che, dopo la meditazione su queste inimitabili pagine di Gerardo Sinatore, ci sentiamo spinti a metterci in viaggio, alla ricerca. E chi cerca, qualcosa lo ha già trovato.

 

Franco Salerno

Professore di Lettere Docente di Linguaggio giornalistico all’Università di Salerno
 
 



 

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