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Namastè. Depressione o tristezza?

16 Luglio 2018 Author :  

Negli ultimi decenni la depressione è cresciuta a dismisura, sia come sindrome psichiatrica, sia nell’immaginario collettivo, come termine abusato ed usato in modo inappropriato fino al punto di etichettare qualsiasi forma di disagio psicologico legato a eventi avversi della vita come depressione. Basta osservare i modi in cui oggi spesso ci si esprime: si usa “sono depresso” per segnalare una transitoria tristezza o malinconia. I termini psichiatrici sono entrati di prepotenza nel linguaggio di uso comune, e il linguaggio a sua volta crea e potenzia stati d’animo e percezioni di sé. La tristezza è scomparsa e la vita dei sentimenti si è impoverita creando una grande confusione emotiva.
Ma davvero si è depressi in un momento di tristezza? Sentirsi tristi o abbattuti non è sufficiente per affermare che si soffre di depressione. Che cosa c’è che non va nel sentirci giù quando la vita ci fa male? La tristezza è un sentimento intrinseco alla natura umana, riscontrabile persino negli animali, che non ha niente a che fare con il fenomeno patologico della depressione. Essa costituisce una risorsa psicofisiologica importante della nostra vita, dal momento che con il suo peso è in grado di controbilanciare quell’euforia che spesso ci avvicina al pericolo. La tristezza è un sentimento di per sé nobile e tutt’altro che negativo: ci dà modo di fermarci per riflettere sui nostri limiti, sui nostri errori, portandoci a correggerli, ci dà il tempo per stare con il dolore al fine di superarlo, ci aiuta a imparare a ridimensionare grandiosità ed egoismo, che ci allontanano dal nostro mondo interiore e da rapporti veri e autentici con gli altri. Questa capacità di farci entrare in contatto diretto con la nostra essenza spiega, forse, perché tante espressioni creative di rilievo, artistiche o musicali, prendano vita proprio quando si attraversano periodi di profonda tristezza.
La depressione è tutt’altra cosa. E’ una condizione affettiva disturbata che può presentarsi in svariate forme, estremamente diverse tra di loro per gravità e persistenza: può essere rappresentata da un sintomo, da uno stato emotivo alterato, da una malattia significativa, da traumi subiti, oppure può manifestarsi sotto forma di una vera malattia, come la depressione maggiore o la sindrome maniaco depressiva. La forma di depressione più comune e più diffusa è quella che viene definita depressione reattiva. Quest’ultima può subentrare in qualsiasi momento della nostra esistenza, per colmare il senso di vuoto lasciato da una perdita, un fallimento o da una grave ferita inflitta dalla vita. E’ quel tipo di depressione riconducibile a un fattore esterno ben preciso, individuabile come un evento traumatico: per esempio la morte di una persona cara, la fine di una relazione sentimentale, una circostanza avversa o una serie di circostanze che producono un profondo cambiamento in negativo nella vita di una persona.
Se è vero che sentirsi tristi a seguito di eventi spiacevoli è normale e talora anche utile, che cos’è che ci fa distinguere la comune tristezza dalla depressione reattiva?
La psichiatria indica tre diverse modalità con cui una persona può reagire affettivamente a un avvenimento avverso e doloroso: può farlo con un risposta affettiva normale, con una risposta affettiva sproporzionata, oppure cadendo in uno stato depressivo.
Nel primo caso ci troviamo di fronte a quei sentimenti transitori di tristezza e frustrazione comuni nella vita quotidiana, a cui abbiamo accennato sopra. Si tratta di una tristezza temporanea, adeguata allo stimolo che la origina e che non colpisce particolarmente la sfera somatica, il rendimento professionale o scolastico, le relazioni familiari ed amicali.
La risposta affettiva sproporzionata presenta manifestazioni emotive esagerate, intense e persistenti, che interferiscono sulle capacità del soggetto di controllare lo stress che ne è all’origine. Si tratta comunque di una reazione transitoria, da cui la persona si riprende in tempi brevi.
Lo stato depressivo, nelle sue diverse forme, è invece una vera e propria condizione psicopatologica, in cui si perde la gioia di vivere, la capacità di agire e la speranza di ritrovare il benessere. Si presenta con un insieme di sintomi che tendono a emergere simultaneamente e che non possono venire sottovalutati. Tale condizione è duratura nel tempo.
Di depressione esistono, quelle forme che il DSM I-V indica come sindromi depressive endogene: la depressione maggiore, il disturbo bipolare o la psicosi maniaco-depressiva. SI tratta di patologie nelle quali la sintomatologia tipica della depressione si organizza in quadri clinici ben strutturati, spesso gravi e tendenti alla cronicità. Essa si fa più cupa e comprende la perdita totale del piacere della vita; disturbi dell’umore, spesso accompagnati da uno grave svilimento del senso del proprio valore come persona; un’angoscia senza limiti; autoaccuse palesemente esagerate; la perdita della capacità decisionale; l’alternanza di stati depressivi con stati euforici. In tutte le sue forme sono presenti gravi difficoltà relazionali a livello familiare e, spesso, anche nel sistema lavorativo e delle amicizie. Si tratta di condizioni particolarmente debilitanti, paragonabili a forme di malattie organiche, caratterizzate da forti componenti biologiche e da una notevole familiarità. Sono sindromi endogene che richiedono sempre interventi tempestivi e prolungati nel tempo, sia a livello psicoterapeutico che farmacologico, nonché riabilitativo nella sfera delle competenze sociali. La depressione è senza dubbio il risultato di un dialogo continuo e interattivo tra elementi biologici, fattori personali e psicologici e l’ambiente. Ciascuna forma in cui essa di presenti ha una sua propria fisionomia clinica, una sua propria evoluzione, e necessita di una sua propria strategia psicoterapeutico e farmacologica. La depressione reattiva è il tipo di depressione che risponde meglio alla psicoterapia, perché quest’ultima prende in considerazione e include gli elementi contestuali del malessere di un individuo, che può essere così aiutato a elaborare eventuali perdite o conflitti ancora aperti che lo sostengono.

Bibliografia
- Storie di Adolescenza, Maurizio Andolfi, Anna Mascellani

Dott.ssa Dominique D’Ambrosi
Psicologa clinica - Psicoterapeuta sistemico relazionale
Esperta in psicodiagnostica e valutazione psicologica in ambito clinico e peritale
Riceve su appuntamento a Cava de’ Tirreni ed Eboli
www.dominiquedambrosi.it – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Rubrica Namasté - curatrice Dott.ssa Marciano

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